Il sasso di Virgilio e altre quisquilie

Spiazza perché: sembra una banalità dire che l’identità (reale o presunta) passi dalla famiglia, a volte per unione, altre per contrapposizione.

di Matteo Rinaldi

Roberto Vecchioni – Per un vecchio bambino: come alcuni ricordi, teneri e complessi

Ci sono terre più piene di storie di altre, alcune sono contemporaneamente piene anche di storia.

Mantova è una di queste.

Un breve viaggio che continuavo a rimandare, probabilmente perché ogni cosa ha il suo tempo. Sono partito convinto di approfondire un racconto che avevo raccolto grossomodo un anno fa e, invece, ne ho trovato un altro (o forse più d’uno) completamente diverso e alquanto inatteso e paradossale.

Ricevo un invito: ‹‹… stasera vieni a provare tre gin che ho appena fatto?››. Ad uno forse sì, ma a tre come si fa a dir di no?!

F. ne ha fatti 3 perché in casa sono apparse tre bottiglie molto belle, quindi ha pensato bene di riempirle con tre gin, comincio da agrumi e zenzero.

La sua casa è piena di oggetti e ciascuno pare suggerire una storia da raccontare. Fantastico sul fatto che ogni cosa possa rivelare perché è lì, al pari delle tre bottiglie, effettivamente molto belle, che sembrano arrivate da un altro secolo. Posso facilmente immaginarle ad inizio Novecento riempite e svuotate in chissà quali occasioni, testimoni di chissà quali eventi, una nascita, un fidanzamento, un compleanno, oppure ai bordi di una stanza, su un tavolino da salotto mentre un grammofono suona e qualche coppia balla. Potrebbe essere stato davvero così, lo si sente nell’aria.

Si chiacchiera in cucina attorno ad un tavolo pieno di verdure da metter via, si assaggiano i nuovi gin, nel mentre si fa la lista della spesa e ci si racconta i programmi per l’indomani; l’atmosfera è molto schietta, spontanea, come se fosse consueto il mio essere lì.

‹‹Ti racconto la storia del sasso di Virgilio›› mi dice F. mentre fa la spola tra il tavolo e la credenza non tralasciando di scegliere la canzone che gli piace di più.

Il racconto inizia dopo aver fatto due conti. Siamo nel 1981, è il bimillenario della morte di Virgilio e suo nonno, Nino Carbonieri membro dell’Accademia Virgiliana ed un suo amico sono incaricati di ricevere un gruppo di esperti del sommo poeta che, con l’occasione, desiderano visitare i luoghi di nascita.

Ora, pare che Virgilio sia nato ad Andes, nei pressi di Mantova in una benestante famiglia di coloni romani e morto a Brindisi.

Dico pare perché ad Andes, a differenza di Brindisi dove anche il FAI ha fornito un indirizzo preciso per l’ubicazione della casa di Virgilio, non c’è nulla che possa attestare la presenza dell’abitazione del sommo poeta, infatti l’ubicazione esatta del luogo di nascita del poeta è stata oggetto di molte discussioni e Andes sembrerebbe l’identificazione più accreditata.

Questa parentesi serve ad introdurre la portata del racconto di F.

Il nostro Nino con la complicità dell’amico recupera un grosso sasso, lo salvaguarda circondandolo con una struttura metallica in modo da conferire quel senso di protezione che è necessario dare agli oggetti di gran valore e, in pompa magna, lo presenta al gruppo di avventori come l’unica testimonianza fisica rimasta della casa di Virgilio.

Ci si immagina?! Una delegazione di studiosi, la solennità della circostanza e un sasso recuperato l’altro ieri sulla sponda del Mincio! Da non credere!

Ci va una gran faccia tosta e, per questo, a me Nino sta già simpatico.

I miei pensieri sono già in moto: penso che è vero che fornire un sasso spacciandolo per l’unica e dico l’unica traccia superstite della casa di Virgilio; Virgilio quello di Dante e della Divina Commedia, quello   dell’Eneide (!) è sinonimo di una audacia piena di una ironia leggera e divertita, ma penso anche che è umano sentire il bisogno di credere e spesso un oggetto tangibile rassicura molto di più che un’eterea idea non confermata. Il fastidioso dubbio tra una realtà non accertata e una accertata illusione.

In effetti il mondo è pieno di reliquie, ponti tra l’umano e il trascendente.

Decido di scriverne così chiedo di poter tornare il giorno seguente in modo da ricevere più dettagli sul racconto.

Trovo P., la sorella di F., in cortile intenta alle grandi manovre delle pulizie di primavera: guanti gialli e tubo da giardinaggio. Anche in cortile il clima è lo stesso, ormai son di casa. F., indaffarato in cucina, si affaccia spesso dal balcone per aggiungere ulteriori precisazioni al racconto. Stanno partecipando allo stesso ricordo, si guardano, si avvalorano, si confermano. È la loro storia. È quello che raccontava il nonno.

Tra un secchio, un sapone e le uscite dal balcone me ne raccontano un’altra. ­­Sempre nonno Nino.

Stavolta siamo in pieno periodo fascista e il nostro Nino, a seguito delle leggi razziali, pensò di dare riparo ad un’amica di famiglia, ebrea in una casa in campagna.

Guerra o non guerra, Nino ha la sua indole. La sua amica, rintanata lontano dalla città, riceve un telegramma che annuncia la visita di un suo cugino principe e di alcuni parenti.

‹‹Immagini – mi dice P. – in piena guerra, senza molto da mangiare per tutti, ricevere una notizia del genere? Il principe a pranzo con anche i parenti?!››.

Come è naturale che sia l’amica va in agitazione: ‹‹Cosa preparo? Dove trovo il cibo? Il Re a pranzo››.

P. racconta che Nino prova a tranquillizzare l’amica: ‹‹Dai, non ti preoccupare, qualcosa troviamo, siam qui anche noi.››, e poi mi racconta di stoviglie e posate d’argento dissotterrate di notte. Un gran trambusto.

Arriva il giorno stabilito e da lontano la nostra amica vede arrivare gli ospiti: Nino e i suoi amici in bicicletta. Rido di gusto.

In due racconti ho imparato a conoscere Nino e le sue imprese.

Ascolto i nipoti che ne parlano e in qualche maniera ne rinnovano il ricordo.

Chiacchierando capisco che, a maggior ragione per F. e P. che abitano e vivono nella casa di famiglia, dove hanno vissuto e abitato i loro nonni (non nonno Nino, ma i nonni paterni), dove sono nati, cresciuti e vissuti i loro genitori e quindi loro, che adesso vivono e abitano lì con i loro figli e i nipoti, i ricordi sono cosa viva, presenti, fisicamente ogni giorno, dei compagni.

Mi rendo conto che queste mura hanno sì mille storie, ma attraversano anche una storia condivisa, quella familiare.

Prima d’ora non avevo mai realizzato così pienamente che in qualche modo la memoria storica familiare rappresenta anche un’eredità emotiva, qualcosa che ti dà un contorno, che disegna una cornice.

Ci si sente collegati, si ha un’idea di radici e una di futuro. Nei valori di famiglia si riorganizza la propria identità: sappiamo chi siamo oppure chi non vogliamo essere.

Ricordare ci permette di tornare con la mente a persone o luoghi realmente amati, di superare i momenti difficili. I ricordi guidano i nostri passi verso il futuro.

I ricordi possono essere interrogati, elaborati, raccontati, come hanno fatto P. e F. che hanno voluto condividere i loro ricordi belli.

Anche un brutto ricordo fa parte di noi, ci costruisce allo stesso modo. A differenza di quelli belli ci permette l’oblio che apre la strada alla possibilità di una nuova pagina.

Certo non è questo il caso, ma in un cortile di Mantova tra gin agli agrumi e piante rampicanti ho scoperto il potere del ricordo, del racconto di famiglia e quanto è meravigliosa fragile e potente l’identità di tutti noi.

Credo che Nino e questo breve viaggio faranno parte anche dei miei ricordi e magari dei miei racconti.

Non è da sottovalutare neanche il fatto di far sentire a casa qualcuno che conosci appena. Presuppone una serenità granitica, un profondo senso di appartenenza e la libertà di essere autentici. Partecipare diventa leggero e intenso allo stesso tempo.

Per dirla con Virgilio: Nulla dies umquam memori vos eximet aevo” – Nessun giorno ti cancellerà dalla memoria del tempo.

Credo tornerò. C’è un altro posto che mi ha messo curiosità.

Nota: Il sasso di Virgilio qui menzionato non è il reperto classificato dalla sezione Beni Culturali della Regione Lombardia come “sasso di Virgilio”

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