Fresku ft. Nai Barghouti – Sumud
di Matteo Rinaldi
È bello pensare che possa esistere una terza via.
Sumud. Un concetto per niente facile da esporre, così come non è facile raccontare un’idea o, ancor più, non è facile viaggiare tra concreto e immateriale. Non è facile immedesimarsi.
Sumud. È un valore, un elemento culturale, un’ideologia, una condotta politica.
È palestinese.
È una conseguenza dell’oppressione, è resistenza passiva oppure è una strategia attiva per indebolire l’occupazione israeliana.
Sumud ha un simbolo, l’ulivo. Anzi due, l’altro simbolo è raffigurato da una contadina incinta.
Una donna e l’ulivo.
Quante rappresentazioni, quante metafore, quante tracce affiorano alla mente molte immagini.
Vita, prosperità, saggezza.
Da un tronco d’ulivo Ulisse ricavò il letto nunziale, lo stesso letto che Penelope usò per riconoscere Ulisse al suo ritorno. Un messaggio potente, un segno di fedeltà, di unione. Un’immagine che parla di radici, di terra, di casa, di amore.
Atena, guerriera e dea della saggezza, delle arti e delle strategie in battaglia (!). Nata dalla testa di Zeus, (dalla testa!), crea l’ulivo e lo dona ad Atene, la sua città. Regala così agli ateniesi legno, olio, cibo, luce.
L’ulivo. Simbolo di pace anche per la tradizione ebraica.
L’altro simbolo, una contadina incinta. Senza sforzo, istantaneamente, il pensiero disegna altre forme che richiamano ulteriormente alla vita, alla speranza, al futuro, e poi ancora alla trasformazione, ai legami. A una promessa, la promessa di una nuova vita.
Una contadina, quindi la terra e i suoi semi, l’attesa e la speranza affinché diventino radici, alberi, frutti.
Le sensazioni che accomunano questi concetti hanno una sintassi in comune, compongono un linguaggio universale.
Sembra quasi che i due simboli si sovrappongano, che ballino insieme. Una danza che gira lenta, che evoca, che avvicina. Attraversa il tempo, lo spazio. Genera.
In questo ballo tutto è femmina.
Non può essere altrimenti quando si parla di vita.
Probabilmente non può essere altrimenti quando si cerca una terza via.
Una strada che non passi né per l’accettazione dell’occupazione e nemmeno per la lotta violenta. Una terza via che passi per la gente comune, una terza via che passi dalla memoria, dal ricordare, perché è la memoria che tiene vivi, che ha radici.
La terza via non ha paura. La terza via non usa la forza contro la forza.
Questo è il sumud in Palestina, e credo non possa essere altro che femmina.
Fra le fatiche annunciate poco fa, lasciamo l’immaginario e facciamo una tappa nel concreto.
Durante la prima intifada, siamo nel 1987, le donne palestinesi hanno boicottato i prodotti alimentari israeliani da cui dipendeva il sostentamento del loro popolo. Lo hanno fatto semplicemente, hanno cominciato a coltivare autonomamente la terra per dare da mangiare ai propri figli, esattamente come Atena e l’ulivo. Sono sole come Penelope, Ulisse è in guerra. Nascono scuole sotterranee per sopperire alle centinaia chiuse da Israele. Perché la terra non è solo superficie. Perché i semi affondano nella terra, perché la vita, come la morte, ha bisogno di profondità.
Le donne palestinesi creano resistendo, disobbediscono. Continuano a farlo dai tempi dell’impero Ottomano.
Le donne palestinesi custodiscono l’identità di un popolo. Le donne palestinesi lo partoriscono. E questo è un legame, viscerale.
Oggi le donne palestinesi non hanno da mangiare. Non c’è terra, non ci sono semi.
Questa in qualche maniera non è solo storia. È una ferita aperta da troppo tempo, una ferita che non può rimarginarsi.
Lo impedisce il silenzio.
Il silenzio del mondo, da sempre, da troppo.
Sembra che, come accade a volte nella storia, in questi ultimi mesi anche la voce dei popoli abbia trovato una strada, una terza via che va oltre.
Per la prima volta centinaia di civili protestano contro Hamas gridando “vogliamo vivere”, per la prima volta altri civili scendono in piazza contro Netanyahu, per la prima volta partono barche civili verso la Palestina, Sumud Flotilla, quale altro nome?
Forse a Venezia è stato un errore sequestrare una bandiera palestinese e se questo è un errore allora ce n’è stato uno per ogni bandiera requisita.
Forse per la prima volta sventoleranno bandiere che abbattono confini e non ne creeranno di nuovi. Forse prima o poi la terra sarà della gente.
Il sumud è una voce, la voce che finalmente si alza dopo tanto silenzio.
Forse davvero, a volte, popolo vuol dire soltanto persone.
Tra le pieghe del sumud mi chiedo, se una bambina nascesse oggi in Palestina, che storia vorremmo raccontarle?
E se nascesse un bambino? Non insegniamogli a far la guerra.
Raccontiamo loro che c’è una terza via.
Spiazzante.

