Spiazza perché: è una liberazione comprendere che la memoria è moderna, è viva e guarda al futuro.
di Matteo Rinaldi
Lo stato sociale – Quasi liberi
“Pisa, Sette maggio 1972, ore 9:45. Franco Serantini, vent’anni, muore in carcere dopo essere stato trattenuto per due notti e un giorno, senza ricevere le cure di cui ha evidente bisogno.”
Queste parole sono estratte dal libro Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini di Corrado Stajano, giornalista, Einaudi 1975.
Una sciagura, quella delle morti in carcere, che si ripeterà, ma questa è un’altra storia oppure, purtroppo, è sempre la stessa.
Un altro libro dedicato alla memoria di Franco Serantini è Andai perché ci si crede di Michelle Battini, Sellerio 2022, un testamento politico e morale nato anche grazie alla considerevole documentazione storica conservata presso l’omonima biblioteca pisana.
È proprio di questa biblioteca che vorrei raccontare.
La sua insegna recita: “Biblioteca Franco Serantini – archivio e centro di documentazione di storia sociale e contemporanea – casa della cultura e della memoria”.
In questa intestazione ci sono alcune parole che destano curiosità e questa, ormai si sa, è una nostra prerogativa.
Casa, cultura, memoria. Come si legano fra loro?


Partiamo dall’ovvio legando fra loro il termine cultura, inteso come insieme di conoscenze, di tradizioni e di usanze proprie di un gruppo più o meno ampio di persone e l’espressione memoria, inteso come il processo mediante il quale costumi e conoscenze si conservano. Ci accorgiamo immediatamente che si tocca il tema dell’identità, si sfiora il ricordo, si crea un ponte tra passato e presente, si realizza un senso di continuità.
Bisogna stare un po’ attenti però, siamo di fronte ad un bivio.
Il ricordo è per natura ingannevole. In un attimo potremmo renderci conto che è possibile che dietro ad un ricordo ci si barrichi, ci si ritrovi immediatamente pronti e ciechi a difendere la memoria, isolandola È possibile che si faccia della storia, della testimonianza una cosa morta, vuota o svuotata, intoccabile, stantia.
Facciamo un passo in più, quello che allarga la visuale.
Da che parte andiamo? Quel bivio è un dubbio e contemporaneamente un’occasione.
Infatti, per fortuna o per visione, come credo che sia, in quella insegna c’è la parola casa: uno spazio, un collegamento, un rapporto, un ponte che unisce, che comunica e questo spazio è vivo.
Verso quale orizzonte siamo disposti a guardare? Indietro? Lasciando ferma e morta una memoria, autocelebrando un passato che per natura non torna, oppure avanti, facendone una prospettiva?
La solita storia, il conflitto sul quale è basato il mondo: Eros e Thanatos.
È sul dubbio che inneschiamo il nostro pensiero, è il dubbio che ci fa muovere.
Scoprii l’esistenza della Serantini quando incontrai Elena durante un viaggio tra Serbia, Romania e Ungheria. Una terra di confine, una terra di incontri, una terra di diversità dove il Danubio accomuna lingue, etnie, culture, voci, suoni.
Una terra dove, al contrario, l’identità è un concetto definito, certo, ma permeabile e aperto.
Elena mi racconta che La biblioteca nacque nel 1979, quindi pochi anni dopo la morte di Serantini, ad opera di Franco Bertolucci, che ne è oggi direttore.
Elena, che attualmente è vice presidente della biblioteca Serantini, incontra Franco Bertolucci anni fa a causa di un lavoro di catalogazione legato all’Università di Pisa; mi racconta delle vicissitudini personali legate alla biblioteca e di quelle della biblioteca stessa.
Come si legge sul sito gli esordi sono inizialmente di stampo esclusivamente militante, ma ben presto – questo è un dettaglio fondamentale – i promotori si aprono al dialogo con la cittadinanza e mettono a diposizione degli studiosi tutto il patrimonio letterario, circa 60.000 opere, tra volumi, opuscoli, volantini, periodici, fotografie, cartoline, registrazioni, cimeli e, non da ultimo una propria produzione editoriale, le Edizioni BFS.


È un disegno, un proponimento che guarda al futuro.
Un seme dal quale nascono libri, incontri. Si mette in comune, anche il quartiere. Si collabora, per esempio, con la palestra locale dando vita a dibattiti, incontri, musica, mostre.
Si parla di libertà, di resistenza, si condividono alcuni spazi della città.
Ci raccontiamo aneddoti come quello che riguarda il fatto che, recentemente, parte del ricavato di un Festival livornese è stato devoluto alla biblioteca pisana (!) perché, come si legge nel comunicato, si fa parte tutti dello stesso territorio, altro che antichi rancori.
Raccolgo con estrema apertura tutto quanto mi viene raccontato, faccio una sola domanda e chiedo: cosa vi tiene insieme?
La risposta è lampante. Siamo abituati al dubbio (eccolo ancora presente, motore e zavorra) e non ci rifugiamo in giudizi manichei. Non è sulla dicotomia o sull’intransigenza che si concretizza la realtà. Chiedersi cosa c’è dietro abitua a pensare e a sviluppare senso critico.
La memoria, si badi bene, non il ricordo, si preserva tenendola viva, il lavoro immenso sui documenti, sulla loro raccolta, sulla catalogazione, sulla condivisione ne è una forma, la principale.
Una forma che diventa sostanza attraverso la liberazione dai propri schemi preconcetti.
Un’idea è un’idea quando non rende ciechi. Allora sì, è memoria condivisa. Quando la memoria arriva dalla ricostruzione obbiettiva del mondo è anche condivisa, unisce e crea.
La memoria si tiene viva attraverso la libertà individuale di essere, di esprimersi, di avere incertezze.
Viva la libertà. A cominciar da quella di nutrire dubbi.

