Spiazza perchè: innesca un cortocircuito tra il trovare i sapeurs completamente fuori luogo e il conoscerli, poi, perfettamente autentici.
di Luisa Raimondi
L’abito non fa il monaco, chiaro.
L’abito copre, veste.
L’abito maschera. L’abito rivela.
Nella settimana in cui a Milano va in scena la fashion week, ci è venuta voglia di indagare come il vestire possa essere un linguaggio, possa incorporare un messaggio, possa provocare, possa suggerire.
Dal galateo, alla moda, che sia alta o di tutti i giorni, vestirsi dice sempre qualcosa di noi. E pensare che nasciamo nudi. Anche quando noi non attribuiamo alcuna importanza a ciò che indossiamo, chi ci osserva arriva comunque a qualche conclusione su di noi, anche senza malizia, senza giudizio.
I fenomeni culturali che fanno o hanno fatto dell’abito uno strumento potente di comunicazione si sprecano. Dai Teddy Boys inglesi degli anni ’50, ai Zazous della Francia o agli Zoot Suiters americani anni ’40, ad esempio. I paninari milanesi degli anni ’80 o gli hipster più recenti, se vogliamo restare in Italia. Per ognuno di questi “stili” potremmo certamente affermare che l’abito ha un intento identitario, di appartenenza o di aggregazione. In alcuni casi manifesta spinte conformistiche, in altri, al contrario di rottura o addirittura di ribellione. Tutti sono fenomeni che troverebbero un’opportuna narrazione qui, su Spiazzati.it . Tendenze fuori dal mainstream, minori o in controtendenza, a volte ribelli.
Tra i tanti fenomeni indagati, ci è sembrato però essere “spiazzante tra gli spiazzati” un movimento che abbiamo deciso di raccontarvi: La Sape.
Per quanto la nostra società sia ormai multiculturale e multirazziale (con buona pace di chi ancora urla a “Lo Straniero!), ancora mi incuriosisce vedere per le strade della mia cittadina di provincia una donna che indossi il burqa, o un uomo che veste il kurta indiano, magari abbinato ad un turbante. Se non sei xenofobo (si badi, come specifica il grande Paolo Rumiz, la xenofobia è la “paura dello straniero”, che è cosa ben diversa dal razzismo), come me, gli abiti diversi da quelli che indossiamo noi, a volte pur ignorandone l’origine, esercitano un fascino particolare, esotico, richiamano mondi lontani.

La foto che vi propongo è di Daniele Tamagni ed è lecito ci disorienti: un uomo di colore, per le strade di quello che pare un villaggio africano, cui si presume appartenga, e che veste con un abito dalle fattezze europee, ma dai colori sgargianti. Lungi dall’avere pregiudizi di sorta, l’effetto è straniante.
Quest’uomo è un Sapeur.
Non è certo l’esatto momento storico in cui nasce questo movimento culturale, ma sicuramente può localizzarsi in Congo, precisamente a Kinshasa e Brazzaville. Ci sono storici che sostengono che è nato dopo la II guerra mondiale, ma altri che sono più propensi a credere che il fenomeno affondi le radici ben prima, in epoca coloniale e che si sia poi rafforzato nel tempo, diventando quello che è oggi a partire soprattutto dagli anni ’80, grazie anche al legame con la musica popolare congolese, di cui vi parleremo.
Lo storico Didier Gondola fa risalire La Sape alla abitudine dei “padroni europei”, attorno agli anni ’10 del secolo scorso, di cedere i propri vestiti usati ai “boys”, che lavoravano come domestici presso di loro. Per questi ragazzi vestire quei panni aveva un senso di elevazione sociale, identificando gli abiti con lo status sociale del padrone.
Certamente, dunque, l’usanza implicava un incontro, difficile, tra colonizzato e colonizzatore, una rivalsa; è tuttavia nello sviluppo più recente che abbiamo trovato il fascino e la particolarità di questo movimento. Molti dei fenomeni citati più sopra veicolavano desiderio di ribellione orgogliosa, di opposizione. La Sape, invece, ha sviluppato una sua autonomia, una sua identità, propria e definita, nonostante parta da una moda di un contesto sociale differente. La forza della Sape sta nell’essersi emancipata dalla moda europea, pur – paradossalmente – vestendola. Non certamente perché l’ha reinterpretata con i propri colori, ma perché, se ne è totalmente riappropriato, sganciandosi anche dal desiderio di ribaltare simboli di potere o di rivalsa sociale, diventando, semplicemente, un’espressione di sé. Il sé di oggi. Ha trasformato gioiosamente l’abito coloniale in una propria identità.
In passato le élites coloniali africane o caraibiche hanno provato a adottare l’abito europeo, ma lo facevano per conservare la posizione elitaria, per mostrare civilizzazione, distinguersi dalle masse rurali, aderire alla cultura dominante, salire di rango.
Per il Sapeur l’abito è una “performance”, una forma d’arte, indossarlo e saperlo portare. Il codice di altri diventa linguaggio proprio. Sta qui l’interesse profondo acceso da questo movimento. Al Sapeur non interessa essere europeo, al Sapeur interessa…essere un Sapeur. Da questo punto di vista, dunque, è un’espressione totalmente libera. Propria. Giocosa. Creativa.


A ulteriore conferma della natura paradossale di questo movimento c’è anche il fatto che, tra il 1972 e il 1990, il dittatore congolese Mobutu Sese Seko avesse bandito gli abiti europei, per recidere qualsiasi legame con i colonizzatori, ma La Sape veste proprio gli abiti dei colonizzatori come protesta al regime dittatoriale.
Il movimento si è poi rafforzato con la migrazione negli anni ’70 e ’80 verso l’Europa, in particolare Francia e Belgio, in quella che è stata una vera diaspora e, ancora paradossalmente, il vestire in modo proprio abiti europei in Europa, riconnetteva gli emigrati con le proprie radici attraverso un’identità reinventata. Un’identità di eleganza, raffinatezza anche senza grandi mezzi economici: La Sape si iscrive infatti anche nella usanza della “fripe”, l’usato. A ben pensarci, in fondo, è nata così con i boys dei primi del Novecento.
La Sape, tra l’altro, ha fatto della musica congolese, autoctona, un potente mezzo di diffusione. Qualcuno, infatti, afferma che questo movimento sia in realtà nato in tempi molto più recenti da Papa Wemba, uno dei padri della musica congolese moderna che l’ha elevata a livelli internazionali.
«L’uomo bianco ha inventato i vestiti, ma sono i congolesi che ne hanno fatto un’arte» afferma il musicista, la cui produzione artistica ha veicolato l’eldorado europeo nell’immaginario, prima ancora che i giovani approdassero nel Vecchio Continente. Il “mikiliste”, il giovane congolese che approda in Europa (“mikili” che significa “mondi” in lingua lingala e “-iste”francese) sogna la Ville-lumière, per sfuggire dai bassifondi congolesi e racconta l’Europa quando rientra in vacanza nel proprio paese, o nei videoclip girati nel continente in cui è emigrato.
Sono molti i musicisti congolesi che si trasferiscono in Europa, come Papa Wemba, diventato vero idolo nazionale ed emigrato nel 1982. Le loro canzoni, oltre ad aver alimentato l’immaginario dei giovani in Congo e contribuito al movimento migratorio, narrano però anche la vita dell’immigrato, i lati oscuri e le difficoltà, come nella canzone “Proclamation”. In apertura, invece, vi abbiamo invitato all’ascolto di “Matebu”, perché tra tutti è diventato proprio l’inno de La Sape.
Quella foto di Daniele Tamagni, straniante, forse ambigua, spero ora vi sia molto più chiara. E cara.
RISORSE
Qui, le foto di Daniele Tamagni, sui Sapeurs: Gentlemen of Bacongo

Vi segnaliamo anche questo magnifico lavoro del fotografo Francesco Giusti, “Sapologie” (nel 2010 ha vinto il World Press Photo).
Lo spettacolo dal vivo di Papa Wemba, quando rientra dalla Francia, dopo 6 mesi, nel 1982, presso lo Studio Mama Angebi .
Questo di seguito il testo del brano “Proclamation”,
Verso 1
I Bacopains (amici) tornano dalle vacanze,
La gente chiede loro:
“E quel ragazzo, perché non è venuto?”
È mattina presto, è il giorno dei risultati scolastici.
Genitori, ascoltate la storia:
Tu sei in Europa ma non vai a scuola,
Hai solo spaccato pietre e preso una mazzata.
Hai comprato vestiti,
Ti sei affrettato a tornare in vacanza,
Per farti seguire dalle ragazze,
Per far dire: “Guarda, un parigino!”
Ecco cosa chiami successo.
Ma in Europa si fa l’esame,
Il giorno della proclamazione (dei risultati) a Kinshasa,
Il giorno della proclamazione anche in Francia.
Nel mondo, siamo amici, amiamoci.
Siamo passeggeri, capiamoci.
Quando Stanley è arrivato a Kinshasa,
Ha incontrato mio nonno,
Il nonno di Ngaliema.
Verrò a Kinshasa quel giorno,
La mia casa sarà lì,
La mia macchina sarà lì,
E un piccolo angolo che genera sempre soldi — non mancheranno!
Verso 2
Taglierò la CFA (zona franco) il giorno dopo,
Vestito con l’abito in pelle,
Firmato Rocco Martino,
Di Cerruti, firmato!
Gianfranco Ferré, firmato!
Gian Marco Venturi, firmato!
Henrico Cover, firmato!
Marithé & François Girbaud, firmato!
Tokyo Kumangai, firmato!
Camicia del boulevard, firmata!
Quella di Germain, Papa Fioti!
JM Weston, JM Weston!
Quella di Larios, rivale della Weston!
Ritornello
Anche se tardi, anche se a fatica,
Anche se a piedi o in macchina,
Verrò a Kinshasa!
Verso 3
Quelle strade, uno dopo l’altro,
Ci siamo persi gli amici, uno dopo l’altro.
Oh, Tintin, piangi piangi…
E quelli che li seguivano, piangete piangete…
Moulé-Moulé, piango!
Strevos Niarcos, papà di Djani,
Dov’è nonno Waya? Dov’è Senghor?
Kula Mambu, gran sacerdote Diora,
L’Enfant Mystère, figlio di Parigi,
Guy Michaud, figlio di Ginevra,
Modogo Gianfranco Ferré, figlio di Parigi,
Henri papà, Henrico Cover,
Petit Modero di Firenze,
Zen Zebro Gabin Armani,
Sisi Selenge, il ragazzo fidato,
Manadja Egue: apprezzavano lo stile!
Charlie Mboyo, figlio di Bruxelles,
Ize Ize, figlio di Parigi!
Verso 4
Mamma Akou, strada di Dit Malela,
Amazone, Papa Wemba,
Mamma Maze, strada di Coco Waya,
Tu, Emedi, Dido Senga,
Mamma Malu, la prima mamma,
Oh Alène, sorella di Adelina.

