Grey hair journey

Spiazza perché: perché scegliere anzitempo di portare una chioma naturale grigia è per molte ancora un tabù.

di Luisa Raimondi

Pacing the cage – Bruce Cockburn : perchè c’è modo di uscire dalla gabbia.

“Grey hair journey”, viaggio dei capelli grigi, o verso i capelli grigi. Con queste tre parole, sottoforma di hashtag, sui social o leggendo articoli di blog e riviste online, si può recuperare l’avventura di molte donne che scelgono di abbandonare la tintura dei capelli per restare grigie: famose pop star, attrici, personaggi noti o perfette sconosciute.

Dietro ad un argomento all’apparenza (è il caso di dirlo) frivolo, si nascondono in realtà un’enormità di significati.

Partendo dalle prime osservazioni già c’è tanto su cui riflettere. In primo luogo sul fatto che si tratti di un viaggio con tutto il significato che questo vocabolo si porta con sé. In seconda istanza, che sia un viaggio di ritorno, una sorta di inversione a U e, infine, che sia prettamente al femminile.

Anche io sono partita con questo viaggio e, al momento, sono quasi arrivata al suo termine, felicemente. Ho attraversato le fasi più disparate; dai momenti in cui ridevo guardandomi allo specchio con una ricrescita grigia ben evidente ma ancora in netta minoranza rispetto al resto della chioma castana: in quei frangenti mi definivo “tasso” o “moffetta” come i simpatici animaletti dei boschi. Oppure giornate in cui sempre la stessa striscia bianca in mezzo alla testa era per me così antiestetica da non volerla vedere più: una rasatura da marine sarebbe stata perfetta!  Ho escogitato mille trucchi per riuscire a coprirla quando, soprattutto per lavoro, sapevo che avrei dovuto essere “in ordine” (anche qui si potrebbero aprire mille riflessioni): impastavo burrocacao e ombretto marrone sui capelli, o ci spruzzavo tinte temporanee macchiandomi puntualmente camicie pulite. C’è stata anche la tentazione di decolorare tutto, et voilà, ma, no, non era cosa, non aderiva per nulla con ciò che mi aveva spinta a partire.

La ricrescita è ingombrante. La ricrescita è lenta.

Entrambi questi aspetti hanno reso questo viaggio più difficile, da un lato, ma estremamente più significativo dall’altro.

La lentezza ha reso l’avventura uno slow-ride a tutti gli effetti, con tutto il tempo per sentire il disagio del cambiamento, ma anche la curiosità e lo stupore di scoprirmi senza fretta; la tinta in fondo mi aveva sempre nascosta. Coperta, appunto.

L’ingombro mi ha insegnato l’ironia e la capacità di “portarmi in giro” e addosso qualcosa di anticonvenzionale; qualcuna mi ha anche definita “molto coraggiosa”, lasciandomi il divertito dubbio che stesse elegantemente comunicandomi quanto fossi per lei orribile, piuttosto che stimare il mio ardire intrepido. No, non ci è voluto coraggio: quello lo lascio ad altre situazioni della vita; certo un po’ di vaga sfrontatezza nello sfidare una convenzione di bellezza cui noi donne siamo a volte condannate. Spesso da noi stesse. Si può indossare il sorriso più bello anche portando il sandalo con il calzino, ebbene sì. Il che non toglie nulla all’eleganza, alla bellezza, alla classe: ne conosco perfettamente le coordinate e so apprezzarle in pieno. Semplicemente ti apre un’altra prospettiva su di te e il mondo, senza, si badi, per forza passare dalla sciatteria.  Cambiare prospettiva è stato un altro magnifico regalo di questa decisione. Ora ci sono abituata, ma non è stato facile raccogliere dal maglione che indossi il classico capello caduto e notare che è grigio, non castano: esattamente come quello che raccoglievo dai cardigan fatti a mano che portava mia nonna Giacomina, dopo averle accarezzato la chioma. Ecco, quel capello ora è il mio.

Questo cambio di prospettiva su di me arrivava ogni volta che aprivo un social qualunque e vedevo foto di me castana: quell’altra. L’esercizio di guardarsi con occhi nuovi è però un portentoso strumento per guardare con occhi vergini anche gli altri. Qualcuno che ha la pelle di un altro colore. Una persona con una disabilità. Un uomo basso, un uomo alto; una donna grassa, una donna magra; un bambino obeso, una ragazza con le gambe storte, con il sedere che sembra una pesca perfetta o piatto; una persona con il naso importante e ricurvo, un’altra con gli occhi piccoli, una donna con il seno minuscolo, l’altra con il seno cadente. L’umanità tutta, con la sua infinita varietà. Si impara a non giudicare, esponendosi al giudizio altrui per una banalità come quella di una striscia di capelli grigi in un mare di capelli castani. Ci si allena a vederli, gli altri. I gusti poi, possono rimanere i nostri, ma l’atteggiamento cambia. Libera e riempie d’amore.

Non ho mai creduto a chi afferma che è lo spirito che conta se non si vuole invecchiare; credo sia importantissimo a qualsiasi età e comunque, il corpo, quello fa il suo corso: chi più chi meno, con gli anni si perdono elasticità, forza, freschezza. Oltretutto non ci si può proprio prendere il lusso di volere o non volere invecchiare: si invecchia, punto.

Ho 56 anni e, per quanto mi senta ancora piena di vita e continui a fare progetti, l’orizzonte temporale davanti a me è diverso anche solo da quello di dieci anni fa. Ho così sentito forte l’esigenza di affrontare la questione dell’età che avanza. È ineludibile la vecchiaia, salvo un destino diverso e peggiore: morire prima. Sono abituata ad affrontare le cose, senza fuggire, soprattutto quando non ha proprio senso farlo. Sarebbe come fuggire dalla propria ombra.

Le rughe, la pelle che cede, le macchie? Ci sono, arrivano. E allora, perché calcare la mano e non colorarsi almeno i capelli? È la cosa più facile ed economica, rispetto ai tanti trattamenti estetici anti-età. Vero, ma…fino a quando?

Fino a quando era la vera discriminante.

Fino a quando ho sentito che invece di spingere un po’ più in là la vecchiaia che avanza, ho deciso di andarle incontro. 

Ho deciso di vestire di una chioma grigia un fisico che cerco di mantenere in forma, con amore e fatica, scommettendo sul sorriso che a metà strada, tra testa e corpo, avrebbe potuto fare da collante e allontanare inutili polarizzazioni.

Così ho scoperto che alle rimostranze dell’ennesima donna che mi paventava «Ma così sembrerai vecchia!», senza alcun rancore né intenzione, mi affiorava alla mente il pensiero: «No, sei tu con la tinta che “sembri” giovane». Ho deciso di essere, invece di sembrare.

Benvenuto, allora, a questo argento. Argento di cui sono fatte le pellicole fotografiche e che  trattiene la luce per restituirla al tempo.

Quello che resta, quello che abbiamo. E tanti saluti a Dorian Gray.

(in copertina, autoritratto di Luisa Raimondi)

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