Che cos’è l’amor?

Spiazza perché: spesso l’amore non ha niente a che vedere con i rapporti e spesso i rapporti non hanno niente a che vedere con l’amore.

di Matteo Rinaldi

I’m every woman – Chaka Khan il brano è famoso celebrare il fatto che una donna possa fare qualsiasi cosa, essere qualsiasi donna, compreso essere tutto ciò che un uomo desidera. Il brano è stato scritto da un uomo, Nickolas Ashford e da Valerie Simpson. I due sono stati sposati.

Fuori piove. L’autunno è iniziato. È tardi e suona il telefono.

“Posso dormire da te stasera?”.

Al telefono è S., ci conosciamo da poco meno di trent’anni, non ci sentiamo spesso, anzi davvero raramente. Ora che ci penso dall’ultima volta è passato qualche anno.

La mia risposta è ovvia.

Arriva, ha solo una borsetta. Preparo da mangiare, verso il vino e inizia il racconto, una valanga di parole buttate lì sul tavolo insieme al risotto, alle stoviglie e alla mia incredulità.

S. ha appena lasciato il suo compagno, la casa in cui abitava e la sua vita precedente.

Nel corso dei mesi successivi ci vediamo spesso. Ascolto e assisto ai tentativi di smarcarsi da una situazione pesante, di svincolarsi da una serie di abitudini, infatti spesso quando parla dice ancora “noi” oppure “casa nostra”, guardo con favore soprattutto agli sforzi rivolti a riappropriarsi di sé, della sua natura, dei suoi bisogni e perché no, anche dei suoi desideri.

Certo non posso negare che nella mia testa si affollino una serie di domande: “ma perché hai aspettato così tanto?”, “come hai fatto a non accorgerti?”, “perché a volte sembra che lo difendi?”, “perché non sei ancora andata a far denuncia?”.

Alcune le faccio, mi indispettisco, mi arrabbio, ma poi ci rifletto e penso che non so niente di questi meccanismi, non so niente di violenza di genere, tra le pochissime cose che credo di cogliere, noto che ci sono degli aspetti, dei dettagli comuni ai racconti di molte donne. Purtroppo S. non è l’unica fra le mie amiche ad essere vittima di violenza.

Il tema è davvero ampio, articolato, scivoloso e io sono ignorante.

A questo proposito mi piacerebbe che Spiazzati potesse dar voce a chi, conoscendo bene il tema, possa raccontarcelo in modo professionale in uno o più degli aspetti coinvolti: legale, sanitario, sociale, psicologico, culturale. Ci sono molti modi.

Da parte mia credo profondamente che non sia con il giudizio che si apre un varco alla comprensione, parlo dell’accezione etimologica del termine, non è con l’ovvio che si comprende l’assurdo.

Non è dividendo il mondo in un “noi” e “voi” che si accoglie, parola usata in senso etimologico anche qui.

Quello che in questo momento, con queste parole mi preme molto, è dare voce a S., alla sua esperienza, senza costruzioni, senza retorica e senza null’altro che una testimonianza.

In una delle nostre uscite ho rivolto a S. solo tre domande più una impossibile. Spero tantissimo che queste domande, unite alle risposte di S., possano arrivare ad altre donne che vivono situazioni simili, arrivare anche a molti uomini perché questo tema non riguarda solo le donne, arrivare a chi ne sa più di noi affinché ci indichi una strada.

Come o quando ti sei accorta che il vostro rapporto mostrava dei confini, dei limiti che prima di allora non c’erano, o meglio, quando hai letto i primi segnali che indicavano che qualcosa si era incrinato? Quando le avvisaglie sono diventate un dubbio?

Premetto che situazioni simili le avevo già incontrate, raccontate da amiche che restavano in una relazione malata subendo soprusi e angherie da parte del loro compagno, allora chiedevo loro perché non li mandassero al diavolo.

Non avrei mai pensato potesse accadere a me.

Lui era bello e prestante, sembrava arrivato nel momento giusto a stravolgere un periodo che non mi dava più gratificazioni. Avevo da poco perso il lavoro, allora non pensavo di essere in un momento di fragilità. Quando è arrivato la mia parte razionale era contenta, mi dicevo, finalmente qualcosa di bello.

Oggi mi chiedo se è stato questo il contesto che mi ha reso un terreno fertile? La fragilità.

Mi chiedo anche se questa particolare razza di uomini ha un fiuto sopraffino nella scelta delle proprie prede, a volte sembra che ne carpiscano l’odore.

La storia inizia, è inevitabile. Vedersi diventa una droga, raggiungersi ovunque pur di stare insieme qualche ora.

Sapere che mente alla donna con cui vive, la madre dei suoi figli, rende tutto più eccitante. Mi sentivo importante, scelta. Oggi sono consapevole che In realtà non mi ha scelto, per lui sono stata come il guscio per il paguro; aveva bisogno di nutrirsi della mia vitalità, della mia energia e della personalità che a lui manca per poi plasmarmi o annientarmi a suo piacere.

In quel periodo, inconsapevolmente, mi sono allontanata dal mio ambiente, dalla mia famiglia, dagli amici. Per esempio, tutti mi dicevano di non correre: andare a vivere con lui dopo così poco tempo, era per tutti una decisione azzardata. Io non ero in grado di ascoltare.

I segnali, le avvisaglie li colgo solo adesso, con una mente più lucida. Allora erano piccole cose, piccoli atteggiamenti, frasi sottili, divergenze di idee, oggi le leggo come aspetti troppo grossi per essere ignorati.

Era tutto davanti a me, a volte così lampante, presagi che ho stupidamente sottovalutato, considerato tardi. In quel momento ero cieca. Avrei dovuto ascoltarmi, il mio corpo mandava messaggi chiari, avrei dovuto capire che qualcosa non andava, che qualcosa non era sano, qualcosa non mi tornava.

Nonostante questo non ho avuto il coraggio di dire NO, ero totalmente accecata, mi ero spinta troppo in là, non potevo tornare indietro. Lo avevo accolto in casa mia quando si è presentato con i vestiti nei sacchi neri, allora ho pensato: “mi ha scelta”; adesso so che è venuto da me perché la donna con cui viveva lo ha cacciato! È venuto da me perché non sapeva dove altro andare!

Ho sbagliato e l’ho pagata cara. Oggi credo che non sono le persone a deluderci ma le aspettative che abbiamo su di loro, le persone sono come sono, non come le vuoi tu! Sono proiezioni. Infatti esiste una versione diversa, dove io sono la colpevole, ma questa è un’altra storia.

Si ignorano i segnali. E poi cosa succede? Come si vive in questo stadio? Cosa si innesca?

E poi tutto è precipitato.

Avevo fatto una cosa fuori dai confini che aveva tracciato per me, secondo lui lo avevo abbandonato. Inizia qui la mia discesa.

Sono iniziati i suoi tradimenti, l’abbandono, i silenzi punitivi, le battute cattive, le offese e gli insulti.

Passavo le giornate sul divano ad aspettare che scrivesse o telefonasse, a piangere, ad implorare che tornasse a casa mentre era dall’altra… e poi i litigi, le discussioni. Al mio senso di abbandono si aggiunge la rabbia.

Eppure, nonostante tutto, stavo lì a sperare che le cose cambiassero, sopportavo il suo gioco malato.

Non so perché sono rimasta lì, contavo di poter aggiustare qualcosa che non era più sanabile.

Forse la speranza, forse il peso del fallimento, la consapevolezza di aver buttato via tempo ed energie oppure non voler ammettere che avevo sbagliato fin dall’inizio.

Oggi mi chiedo come ho fatto a sopportare tutto questo, mi sembra un brutto sogno. Non so ancora spiegare com’è successo, non so dare una spiegazione razionale perché in quel periodo non c’era niente di razionale, nella mia testa sapevo che dovevo fare qualcosa, ma non riuscivo a muovermi, mi sentivo come pietrificata.

Intanto lui andava da lei e tornava da me, illudendo tutte e due, incapace di prendere una decisione.

Più di una volta sono stata vicina all’andarmene, ma non ce l’ho fatta. C’è qualcosa che mi teneva legata, è come una droga che, esattamente una droga ti uccide, lentamente.

La situazione precipita ulteriormente dopo il mio tradimento. Il tradimento poteva essere solo una sua prerogativa, non certo la mia. Io non dovevo, non potevo.

Gli uomini come lui non accettano, hanno l’orgoglio nella patta dei pantaloni. La questione è tutta lì. È un maschio alpha e io ero di sua proprietà.

Qui inizia l’inferno, inizia la violenza!

Non fa male qualche livido, non fanno male le mani al collo oppure prenderti il telefono per vedere se c’è qualche altro uomo e poi spaccartelo sul piede, strapparti i vestiti di dosso e chiamarti puttana, chiuderti fuori di casa, lanciarti i vestiti dalla finestra, portarti via le chiavi della macchina. Tutto questo non fa male!

Fa male la violenza psicologica, quella sì, ti distrugge! C’ero dentro, avevo paura.

Mi sentivo un’aliena, mi chiedevo chi è quella persona che sta vivendo al posto mio.

Ansia, confusione, incapacità di essere lucida, sentire il suo controllo incessantemente addosso. Andare a letto sapendo che lui ha un coltello sul comodino. Le minacce di morte, il terrore, gli incubi. Lo psichiatra, gli antidepressivi, i sonniferi che mi annebbiavano la mente ancora di più.

Comincio a bere, ne divento dipendente. Bere mi stordiva e mi distraeva, a volte invece mi dava la carica per affrontarlo, ma poi le discussioni diventavano vere e propri scontri, battaglie da cui alla fine ero sempre ero io a rimetterci. Ero dimagrita, non volevo incontrare nessuno. Non volevo e non potevo sostenere nessun “come stai?”.

Se provavo a spiegargli che stavo male, allora infieriva ancora di più, godeva nel vedermi in quello stato, lui e il suo ego smisurato si sentivano onnipotenti, tutto questo lo faceva sentire bene. Doveva placare a tutti i costi la sua sete di vendetta e io dovevo pagare per il mio tradimento.

Doveva sottomettermi, adesso ero la sua schiava, se me ne fossi andata sarebbe venuto a cercami, così diceva.

Pretendeva sesso, mi trattava come un oggetto, ai suoi occhi ero solo una puttana, io vedevo gli occhi di un pazzo. A volte mi prendeva e faceva i suoi comodi mentre piangevo e stavo ferma, inerme.

E mi chiedevo come può una persona arrivare a tanto?

L’ho giustificato anche quando non c’era niente di giustificabile. Forse per debolezza? O per paura?

Non mi vergogno ad ammettere che ho desiderato più volte la sua morte, anche se non gli avrei mai torto un capello.

Oggi siamo qui a parlarne, per fortuna, e io sono felice di esserci. Come anticipavo all’inizio del racconto, purtroppo non sei l’unica persona che conosco ad aver vissuto un’esperienza del genere, ma finora per me, l’unica ad esserne uscita.

Come se ne esce? C’è una testimonianza che può essere utile ad altre donne? Quando ti sei sentita in salvo?

In questa storia terribile c’è stato anche dell’assurdo, un risvolto inaspettato, anche un po’ comico se vogliamo.

Certo gli amici, la famiglia, tutti mi dicevano di andare via, ognuno temeva per la mia incolumità, vivevo questo incubo da quasi tre anni.

Poi, all’improvviso è arrivata una scintilla, non so spiegare cosa sia stato esattamente e nemmeno perché. Sopravvivenza, o forse era semplicemente è arrivato il momento giusto oppure la persona giusta: quella che ti solleva e contemporaneamente ti prende a schiaffi.

Mai avrei immaginato che proprio lei mi tendesse la mano, non solo con un consiglio, una parola, ma con un aiuto vero, tangibile, concreto. Lei, che si è messa al mio fianco, ha combattuto e resistito con me.

Una donna che è stata disposta a mettere a rischio sé stessa pur di aiutarmi.

Sì, proprio lei! La sua amante quella che ho odiato.

A differenza degli amici e dei famigliari che non comprendevano le dinamiche del gioco di potere che si metteva in moto, lei ne era parte.

Lei non mi giudicava, lei era coinvolta. Come me.

Lei era me, ero io allo specchio, prigioniere della stessa gabbia.

Penso che aiutando me volesse inconsapevolmente aiutare anche sé stessa, potevamo uscirne. Magari insieme, sorreggendoci, appoggiandosi una all’altra.

Ma, il lieto fine esiste solo nelle favole. Lei è rimasta lì, imprigionata, vittima dello stesso avvoltoio; il paguro ha trovato un nuovo guscio, una nuova fonte di nutrimento; ha preso i suoi sacchi neri e ha traslocato.

Lei pur sapendo di cosa è capace ha scelto di dargli una possibilità. Mi ha chiesto se questa cosa mi facesse male e in tutta sincerità le ho risposto che sì, mi fa male, molto, per lei!

Dovesse succedere, so che sarò al suo fianco a combattere con lei.

Oggi mi ritrovo a pensare che ho perso un “amore” e ho trovato un’amica, guarda a volte la vita. Credo fermamente che c’è sempre qualcosa di bello che deve ancora accadere, ora affronto la vita così. Piena di curiosità e di gratitudine.

Nonostante tutto non mi sento di dare consigli, credo di essere la persona meno adatta, ma posso dire che sono tornata a vivere, a respirare ed è una sensazione bellissima.

Spesso le cose succedono quando meno te lo aspetti e come nel mio caso e magari a volte, il sostegno può arrivare dalle persone che reputi le più improbabili.

Per me la svolta si chiama “sorellanza”, so che esiste.

Che cos’è l’amore?

So cos’è l’amore quando non è amore. Forse non so bene cosa sia, ma sicuramente non ha niente a che fare con questo.

Ma so che esiste.

Ringrazio davvero S. per aver raccontato, non solo davanti ad un risotto, quello che le è successo.

In effetti sì, non sempre sappiamo dire cos’è l’amore. 

Sappiamo dirlo quando abbiamo imparato che il codice dell’amore è essere sé stessi, poterlo essere, completamente e liberamente, anche nell’ambito di un rapporto di coppia, liberi di ogni difetto di autostima. Sappiamo cos’è l’amore quando non abbiamo più bisogno di riempire vuoti, quando la nostra serenità e a volte perché no, anche la nostra fugace felicità, non dipende da qualcos’altro o da qualcun altro. Quando le nostre fragilità e i nostri dolori sono diventati altro, altro da cui si impara che l’amore non toglie, altro da cui si impara anche a dare amore, cosa difficilissima.

La questione insomma non è nella mezza mela, si è mele intere, tutti. A volte mele sane, a volte mele acciaccate, mele acerbe, mele provate, mele bellissime, ma mele, intere!

L’amore è quando siamo interi, magari un rattoppo qua è là, una cerniera, ma interi.

S., tra un’uscita e l’altra, aspetto di vederti intera. Quando mi dirai cos’è, lo capirò.

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