Spiazza perché: perché persona e personaggio non sempre coincidono, le narrazioni pubbliche e private spesso divergono.
di Luisa Raimondi
Brigitte Bardot è da poco mancata e tra le tante cose ricordate di lei c’è anche l’avversione verso il figlio, da lei definito “tumore”, meglio sarebbe stato – affermava – partorire un cagnolino. Si tratta di un’affermazione lapidaria, che, tuttavia, necessiterebbe certamente di un’analisi approfondita della sua personalità, delle sue esperienze, delle sue relazioni: in sintesi, della sua vita.
Vita, esattamente. Quella in cui siamo immersi noi, “comuni mortali”, senza fama né gloria, quella che non ha nulla di ideale e, forse proprio per questo, ci porta a proiettare in un mondo idealizzato i nostri paladini: scrittori, pittori, attrici, cantanti; artisti, in una parola, e a cui, ammettiamolo, tendiamo a perdonare un po’ tutto in nome del genio.
Mi ritrovo a fare queste riflessioni dopo che B., un’amica, un giorno mi invia un link ad un brano di Caparezza, “Figli d’Arte”, aggiungendo: «Luisa, mi piacerebbe raccontarti la storia del rapporto con mio padre».
« Quell’uomo non mi ama!
Quell’uomo non mi caga!
Quell’uomo non mi ama!
Tiene più a voi, che a me!»
canta Caparezza.
Tanto basta per accogliere la sua richiesta.
Siamo forse più abituati (e accondiscendenti) all’autolesionismo: Janis Joplin, Jimi Hendrix, Amy Whinehouse, Marilyn Monroe, Whitney Houston e le loro vite ce ne parlano, entrando nel mito. Siamo tuttavia molto meno informati sui rapporti famigliari, soprattutto genitoriali, di tanti dei nostri riferimenti culturali.
Senza uscire dall’Italia, conoscete la storia narrata da Veronica Satti ed il suo rapporto con il padre, Bobby Solo? Joni Mitchell diede in adozione la figlia non appena l’ebbe partorita. Ernest Hemingway aveva un rapporto molto conflittuale con i figli. Picasso era un padre narcisistico, i figli spesso estensione del suo ego. Senza arrivare a forme controverse di genitorialità, molti figli vivono nel cono d’ombra ingombrante dei loro genitori artisti.
Nessun giudizio, ma mi nasce il desiderio di capire come ci si possa sentire ad essere “figlia d’arte”. Una sorta di dovere che sento verso B., ma di necessità anche verso me stessa: idealizzare non è peccato, ma occorre esser coscienti di farlo, difendersi, come persona senza la scappatoia (ma anche la prigione) dell’essere personaggio.
Eccovi la storia di B.
1) Raccontaci brevemente di cosa si occupava tuo padre.
Mio padre era un musicista che è artisticamente cresciuto dal 2009, producendo quattro album da allora; prevalentemente di Acoustic Blues, ispirandosi dalle origini del genere dagli anni ’20 agli anni ’50.
Il suo repertorio si ispirava a stili come il Country Blues, il Ragtime, l’Early Jazz, il Boogie e il Jump Blues, con influenze che spaziano dal Piedmont Blues all’Hokum-Blues e allo Swamp Blues.
Il bluesman innovativo, unico ed eccitante che il Blues voleva. Ed ecco mio padre.
2) Com’era il rapporto con lui, la casa in cui sei cresciuta?
Nasco a Milano negli anni ‘90: una Milano periferica con i Nokia 3310 e ancora le mezze stagioni.
Vivevo in una casa nel quartiere verde di una città che viveva di energia vitale propria ed il rapporto con mio padre fu inizialmente sereno, fino agli otto anni.
Ho dei ricordi della mia famiglia che sono rimasti impressi nella mia anima da allora.
Te ne vorrei raccontare due: il primo è uno dei miei migliori ricordi, se non il più bello, era con mio fratello di circa un anno. Giocavamo con una palla – una palla con i colori primari (rosso, blu e giallo) con dei numeri dall’1 al 4: io prendevo la palla, salivo le scale e la lanciavo a mio fratello, il quale, dopo averla raggiunta a gattoni, me la riportava e si riprendeva il gioco.
Ciò che rese perfetta e memorabile quel momento fu il fatto che mia madre e mio padre erano seduti sul divano – di un verde salvia orribile ed inguardabile – che chiacchieravano sorridenti, abbracciati.
Il secondo ricordo è quello di mio padre in cameretta, quella camera dove mio padre lavorava. O almeno così diceva: lo vedevo ascoltare canzoni su canzoni, curvo sulla tastiera e sullo schermo del computer. Alla mia richiesta di giocare, la risposta era puntualmente: «Sto lavorando, giochiamo dopo».
Quel “dopo” non arrivava mai.
Tempo dopo scoprii che il suo “lavoro” consisteva nello scaricare “basi” per le serate di musica dal vivo nei locali, ma non avevo mai visto mio padre chiamare i locali per avere delle serate.
3) A che età ti sei resa conto che l’arte aveva la priorità per tuo padre? Quindi, quando hai cominciato a sentirti “figlia d’arte” prima che figlia di tuo padre?
Paradossalmente nel momento in cui mia madre divenne disoccupata, quando avevo circa otto anni e mezzo. Proverò a spiegarmi meglio. Cominciando dalla persona che è mia madre: tutt’oggi è una persona focalizzata sul benessere presente e futuro, che possa essere un benessere stabile e, soprattutto, sostenibile per tutti. Il lavoro che perse manteneva tutta la famiglia.
E lì, il lampo di genio che solo una persona proattiva può avere: mia madre cantava. In sostanza, lei propose a mio padre di affiancarlo con la voce nelle serate di musica dal vivo.
In quel momento, nella mente di mio padre, scattò qualcosa di incredibilmente egoista: era lui l’artista. Nessun altro avrebbe potuto né affiancarlo né, tantomeno, levargli i riflettori di dosso.
Fu in quell’istante che cominciai a percepire l’agrodolce concetto di “figlia d’arte”. Non ero figlia di mio padre, né mia madre la moglie. Diventammo, nel tempo, potenziali rivali della sua gloria, a livello di tempo e visibilità.
4) Il tuo cognome è stato qualcosa che ti permette di mostrarti meglio, di aprire porte perchè conosciuto, “arriva prima di te” o, al contrario, diventa ingombrante e ti ci nascondi dietro?
Mio padre ed il suo cognome non diventò “famoso” in Italia, almeno, non così tanto da “aprirmi le porte” o da “nascondermici dietro”.
Mio padre varcò la porta di casa per l’ultima volta il 3 gennaio 2004 – una data che ricorderò per sempre, come fosse “marchiata” a fuoco sugli ultimi brandelli della mia memoria. E cinque anni dopo ebbe la sua agognata gloria, forse perché distante da una famiglia che, come dovrebbe esser di norma, richiede presenza ed impegno emotivo.
Ho un ricordo limpido di quel pomeriggio del 3 gennaio 2004: dalla finestra di quella camera dove “lavorava” mio padre, la finestra che dà sulla strada. E da lì vidi quella macchina strabordante di bagagli e lui, con occhi scavati dal dolore, che d’un tratto alzò il volto ed incrociò lo sguardo col mio. Ci guardammo dalla finestra, malgrado i miei occhi silenti stessero urlando di restare ed amarmi… Scelse di abbassare lo sguardo ed andarsene.
Probabilmente rincorrendo la fama a cui ambiva. E la raggiunse in Ticino, nella bassa Svizzera.
Il mio cognome, quindi, è qualcosa di indefinito: un marchio che oscilla tra l’essere orfana di padre e la promessa di gloria artistica.
5) Ti senti oscurata da lui?
Non è il termine corretto: non “oscurata” bensì “trascurata” come figlia e come persona. In questo senso sono una “figlia d’arte” anomala: non ho mai sofferto della gloria di mio padre, ho sofferto molto, piuttosto, la sua completa indifferenza emotiva.
Mi spiego meglio: mio padre, un po’ per difesa ed un po’ per la sua poca intelligenza emotiva, rinnegò il suo passato. Ciò implicò totale indifferenza nei confronti non solo della ex moglie ma, soprattutto, nei confronti dei figli che, secondo la sua impostazione mentale, rappresentavano il suo passato, la negazione alla fama.
Così fece con noi e con le mie sorellastre, figlie di un matrimonio precedente.
Decise di dimenticarmi, di dimenticare tutti e, esattamente come se fosse un reset, andare avanti con la sua vita.

6) Ti riesce di raccontarti senza citare tuo padre?
Ciò che sono oggi, nel bene e nel male, è estremamente interdipendente da ciò che fu mio padre per me. Ci sono degli eventi del mio passato che, inevitabilmente, collegano il mio dolore a lui. Probabilmente, se raccontassi la mia vita, un occhio clinico vedrà connessioni molto più profonde di ciò che posso vedere io stessa.
Tuttavia, in sintesi, nasco con la “missione” della comunicazione: scrivo poesie e prose poetiche dall’età di 12 anni, vent’anni fa; mi diletto nel disegno e nella grafica – oggi il mio
lavoro è graphic designer e communication per una grande azienda; in ultimo, ma non meno importante, sono un’empatica a livelli stratosferici.
7) Sei una creativa, quanto ti senti te stessa, originale, espressa, piuttosto che “erede” dell’arte di tuo padre?
Partendo dal concetto che la genetica non è uno scherzo e, a livello di contesto ambientale e di background culturale, sono nata in un universo artistico.
Se dovessi fare un appunto in un contesto più trascendentale, sarebbe il fatto che bisognerebbe partire dal concetto che tu* figli* è un’anima a sé stante. Sarebbe più corretto pensare, da genitore, che tu sei, di fatto, solo una guida. Dunque, non mi sento “direttamente erede” dell’arte di mio padre.
Infatti la differenza principale tra me e mio padre risiede proprio nell’empatia: il mio desiderio più profondo è quello di comunicare le emozioni più complesse e la delicatezza della sensibilità. Mio padre, nel contempo, era molto più attaccato all’immagine che voleva dare al pubblico. Indipendentemente da quello che sentiva realmente. In questo siamo artisticamente opposti: credo si sarebbe venduto l’anima per la visibilità, invece io prediligo la genuinità del “prodotto artistico”, anche negandomi un target molto più esteso.
8) Quanto hai cercato la approvazione di tuo padre?
Ho sempre cercato l’approvazione di mio padre: se lui bramava la visibilità, io cercavo l’attenzione e l’affetto proprio da lui.
Crescendo, la ricerca di approvazione si è estesa a tutti coloro che amo e che ho amato, non appena mi resi conto che da parte di mio padre non sarebbe mai arrivata, semplicemente per totale indifferenza.
La ricerca di approvazione mutò, con il passare degli anni, in “essere riconosciuta come persona di valore ed amabile”.
La mia anima grida ancora: “Guardami! Sono qui! Amami!”.
9) Ti sei mai sentita in competizione con lui?
Non mi sono mai sentita in competizione con lui. Non era possibile. Lui era l’artista, era lui la voce del Blues.
Ti racconto un episodio avvenuto nel settembre 2018: mio padre comunicò a me e mio fratello che “aveva un polipo”. Inizialmente non capii la gravità della frase, a me distante il concetto di “polipo” e mi confrontai con mia madre: mio padre aveva un cancro.
Cominciai a soffrirne: mio padre stava morendo senza avermi prima “riconosciuta come figlia di valore”. Per me fu un momento molto complesso a livello emotivo. Ricorsi all’unica maniera che conoscevo per sublimare quel dolore: scrivere una prosa poetica e farne un video. La prosa che scrissi la intitolai: “Cheste cener mia”, un processo – prematuro – di elaborazione del lutto.
Le uniche due volte che lo mostrai furono ad un seminario sulla resilienza a cui venni invitata come discussant e lì proiettarono il video; in seguito lo mostrai anche a mio padre, il quale arricciò il naso e con sufficienza commentò: “carino”.
Non si tratta di mera competizione: si tratta di “riconoscere che anche gli altri possono provare dolore”, ma era lui quello che stava male.
10) Hai mai sentito la sensazione di non essere all’altezza?
È una sensazione costante: non essere all’altezza, non essere meritevole di amore, in particolare.
Vorrei parlarti di un concetto a me caro: il concetto di valore. Nelle persone è intrinseco ma non innato.
La costruzione del proprio valore parte dalla primissima infanzia ed è “compito” dei genitori creare il terreno fertile affinché il bambino possa scoprire e interiorizzare il proprio valore attraverso l’esperienza, la relazione e l’autonomia.
Farlo sentire amato e di valore semplicemente per chi è, non per quello che fa o che riesce a fare, dovrebbe essere la base.
Dargli la certezza profonda di essere degno di amore, indipendentemente dai successi o fallimenti.
In contemporanea, la coerenza comportamentale, l’esempio che i genitori danno al bambino: il valore applicato nella pratica.
Detto ciò, in questo mio padre fu un completo fallimento.
11) Che strategia metti in atto per farti notare da tuo padre? O ci hai rinunciato? E come, nel caso, riesci a convivere con la sensazione che ti provoca?
La strategia che mettevo in atto era quella di eccellere in qualsiasi ambito – nello studio, nello sport, distinguersi nelle relazioni -, solo per un: “Brava la mia stellina”. Ma quell’approvazione non giungeva mai.
Tutt’oggi tento di primeggiare, me ne accorgo in ambito scolastico e lavorativo; tendere ad oltrepassare i miei limiti, dare e fare sempre più, anche quando il mio corpo non regge.
Questo atteggiamento è merito di mio padre e la mia anima, in qualche maniera, attende ancora quel “brava, stellina”.
12) Senti che tuo padre ti abbia insegnato qualcosa?
Assolutamente sì. Paradossalmente cosa non fare e se oggi sono una persona, a detta degli altri, “una figura estremamente positiva, educata ed empatica”, è anche merito suo.
13) Quanto sei uguale e quanto diversa da lui?
Di fatto, ho il terrore di essere anche solo vagamente simile a lui.
Tuttavia, facciamo entrambi parte del grande gruppo psichiatrico dei “disturbi di personalità”. Lui era un narcisista, ovviamente non certificato, ma tutti i tratti di pensiero narcisista erano presenti.
14) Hai provato a metterti nei suoi panni, cosa provi?
Era un uomo profondamente vuoto ed in questo vuoto c’era solo lui; non aveva empatia, né il coraggio di mostrare a qualcuno questa immensa vacuità. Aggrapparsi alla musica era l’unica maniera per mostrare a tutto il mondo che, in questa vacuità, lui valeva qualcosa.
Quello che provo, dunque, è una incommensurabile tristezza nel guardare questo uomo, in conclusione, povero.
L’unica cosa che gli rimprovero – e lo comunicherò in maniera molto esplicita – è che, negli anni, avrebbe potuto usare il preservativo. Avrebbe fatto molti meno danni.
Detto questo, sono assolutamente grata per la mia vita, ma il dolore che ha provocato a me, mio fratello e le mie sorellastre, avrebbe potuto evitarlo ragionando anche solo due nanosecondi prima di un rapporto.
15) Tuo padre è mancato. Di botto, senti nel cuore un “grazie” o invece del rancore? Riesci a perdonare? Come gestisci le tue sensazioni oggi?
È mancato il 4 giugno 2025, lasciando una voragine nel cuore, sapendo che non potrò mai più sentire la sua voce né un primo ed ultimo “brava, stellina”.
Non mi avevano avvisato del fatto che fosse in ospedale e mi sono trovata a dover affrontare un lutto significativo in qualche giorno.
Non racconterò del giorno del suo funerale, ma quello che posso dire è che c’era una scissione profonda nella mia anima: è venuta gente da tutto il mondo per mio padre, quell’ uomo privo di empatia, vuoto ma pieno di sé nello stesso momento.
Mi resi conto che, lavorando io sulla comunicazione, aveva creato un’immagine di sé distante da quella che era con i figli.
Oggi riesco solo a compatirlo e continuare a lavorare su me stessa. Lavorare ed elaborare ciò che mio padre ha significato per me. Con tutto il dolore che ha lasciato in ogni seme piantato.
Se dovessimo separare la parola perdonare, per-donare, avremmo il dono della serenità. Un dono che voglio concedere a me stessa e a lui.
16) Pensi che sia inevitabile per un artista comportarsi così con i figli, o dipende anche dal carattere? Cosa consiglieresti ad un padre artista oggi?
Ci sono persone che hanno innata l’empatia, altre no. E desidero considerare padri che, come il mio, non hanno il dono dell’empatia ed appellarmi alle loro mogli e figlie.
Un uomo così non lo cambierai mai e protrai sbatterci la testa, il cuore, l’anima quante volte vorrai senza ottenere risultati.
Potrete, però, lavorare su voi stesse, senza perdere il vostro intrinseco valor proprio. Perché il vostro merito vale tanto quanto vostro marito o padre. Ciò è di fondamentale importanza. Voi valete, come persone ed anime uniche. Sempre e comunque.
FIGLI D’ARTE – Caparezza
Sposto la tenda poi guardo fuori, tutti quei fan con gli striscioni
Tutti quei fotografi a cavalcioni
Aspettano mio padre per godere di lui
Io sono figlio di un cantautore
Che sembra felice e poi cambia umore
In un anno l’avrò visto un paio d’ore
Una volta dentro un cigno nome alla televisione
Chi se ne frega!
Io voglio un padre che mi sostenga!
Che sia presente qui, non in video!
E che detesti tutta la gente tranne me!
Sono figlio di un uomo che parla di pace nel mondo ma non mi ama!
Per lui siamo tutti fratelli o mille fratelli ma non ci ama!
Quell’uomo non mi ama!
Quell’uomo non mi caga!
Quell’uomo non mi ama!
Tiene più a voi, che a me!
Fissa il Pueblo con l’aria stregata
Io non ricevo nemmeno un’occhiata!
Lui dal colluttore per la prima serata
Io dallo psicologo e poi dallo psichiatra!
E temevo il buio già quand’ero bambino
Lo chiamavo buio ma era l’ombra del divo
Che frequento meno di un antidepressivo
Sarei stato molto meglio dentro il suo preservativo!
E se cantassi, dovrei subire a vita il confronto
Sentirmi dire che non son pronto
La scena indie mi sfancula come lui!
Sono figlio di un uomo che parla di pace nel mondo ma non mi ama!
Per lui siamo tutti fratelli o mille fratelli ma non ci ama!
Quell’uomo non mi ama!
Quell’uomo non mi caga!
Quell’uomo non mi ama!
Tiene più a voi, che a me!
Ricordo quando mio padre mi disse
“Vieni e senti! L’arte meno banale degli esseri viventi!
La mia missione è darle vita senza mai una pausa!
La tua missione è mollarti per una giusta causa!
Ora rimani là solo, là solo!”
Sono figlio di un uomo che parla di pace nel mondo ma non mi ama!
Per lui siamo tutti fratelli o mille fratelli ma non ci ama!
E’ pieno di vita sul palco e diventa uno zombie quando entra in casa!
Quell’uomo non sa cosa vuole, mi mette alla luce ma poi si spara!
Quell’uomo non mi ama!
Quell’uomo non mi caga!
Quell’uomo non mi ama!
Tiene più a voi, che a me!


