Lore (inglese – pronuncia /lɔːr/)

Spiazza perché: ribellione non vuol dire necessariamente lotta, cambiare il mondo non passa necessariamente da grandi azioni

di Matteo Rinaldi

Sayf – Tu mi piaci tanto: va da sé

Tra cavalli bianchi che si impennano, aggiustatine di altri tipi di cavallo, fedi matrimoniali enormi, microfoni in mano, missitalieschi appelli alla pace nel mondo, Sanremo 2026, nel momento in cui scrivo, è finito da poco. Il proposito, evidente, di apparire friendly, aperti, moderni e inclusivi si avvita sui soliti meccanismi. Abbiamo scoperto che si può dare tranquillamente del “toro” ad un prestante attore che è parso la versione maschile 2.0 della storica valletta e, contemporaneamente, si fatica a dire “maestra” d’orchestra.

Tutto conforme, gaffe incluse, ormai fanno parte della scaletta; andranno ad alimentare quelle chiacchiere da bar che trovo meravigliose perché uniscono, raccontano, condividono. È bello.

Questa è l’Italia che questo Sanremo, e probabilmente molti degli altri settantacinque, mette in scena. Vince l’Italia famigliare, quella ancorata ai soliti argomenti, quella che da decenni immaginiamo passivamente davanti alla tv, quella che è stata per anni il “modello Rai”, il concetto della televisione pubblica. Quella che, anche in regime di concorrenza, ha perso la sua funzione educativa. Almeno il maestro Manzi ci proiettava nel futuro.

Eppure un interessante secondo posto: Sayf. Ci torno fra poco.

In generale guardo poca TV, lo ammetto. Da qualche mese però, mi impongo di farlo. Altrimenti come potrei raccontare cose che non conosco?

In questi mesi ho guardato le Olimpiadi invernali e seguito con attenzione la vicenda della partecipazione di Ghali.

Pochi giorni prima dell’evento l’artista ha pubblicato un post Instagram che diceva testualmente: ‹‹Lo so. So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo. So perché vogliono uno come me. So anche perché non mi vorrebbero. So perché mi hanno invitato. So anche perché non ho più potuto cantare l’inno d’Italia. So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace. So che poteva contenere più di una lingua. So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo. So che un mio pensiero non può essere espresso. So anche che un mio silenzio fa rumore. So che è tutto un Gran Teatro››.

Non avrei saputo definire meglio l’abisso che separa forma e contenuto.

Il tutto su carta intestata Gran Teatro, che è il titolo dello spettacolo che ha chiuso la sua stagione live 2025, nello spettacolo è andato in scena il mondo multiculturale di Ghali, i suoi pensieri, il suo modo di vedere il mondo, il suo rappresentare la vita in modo corale, un circo. Ha esposto le sue paure, i suoi mostri, riportato la cultura maranza, ha creato un ponte tra passato e futuro e, come lui stesso ci racconta, un cerchio artistico si chiude e si apre una nuova fase. Uno spettacolo che arriva da lontano.

Alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Invernali Ghali è comparso in scena senza essere annunciato e alla stessa maniera ne è uscito, così, come se non fosse stato invitato. Nessun primo piano, nessuna identità.

Ha recitato “Promemoria” di Gianni Rodari, in italiano, francese, inglese. Finale della performance una gran colomba della pace formata dai ballerini. Non ha cantato. Viva la pace anche qui.

Mi chiedo perché invitare Ghali alla cerimonia se non si vuole che faccia Ghali? Ma anche qui ci torno.

Si sa cosa pensa, cosa dice e come lo fa.

Un Ghali che, come dicevo, arriva da lontano.

Da Sanremo 2024, il medley con le canzoni Bayna, in arabo, il testo dice ‹‹Tu sogni l’America, io l’Italia, la nuova Italia››, il Mediterraneo, gli arrivi, poi Cara Italia dove dice ‹‹quando mi dicon “Vai a casa” Oh eh oh, rispondo: “Sono già qua!›› e infine L’italiano pezzo storico di Toto Cutugno, ‹‹sono un italiano, un italiano vero››.

Un messaggio chiaro, non ci sono dubbi.

Canta una frase che è propria della cultura italiana, quella verace, quella bella, quella da bar, da esportazione e ne fa un manifesto. La riempie di un nuovo significato, attuale. Ci porta dalla Tunisia, al Mediterraneo, alla vita in Italia, passando per la sua esperienza, esprimendo concetti perfino profetici, se vogliamo: ‹‹Perché sono ancora un bambino Un po’ italiano, un po’ tunisino Lei è di Puerto Rico Se succede per Trump è un casino››, e arriva all’oggi.

La narrativa della sua carriera e forse pure un po’ della sua vita. Dice eccomi, son qui e questa è la strada che ho fatto. Lo fa con delicatezza, in punta di piedi, esattamente come è entrato e uscito dalla quella cerimonia.

Torniamo a Sanremo, l’ultimo (c’è sempre un Sanremo). Sayf. Nato a Genova, madre tunisina, 26 anni (ancora Tunisia, ancora rap, ancora cantautori).

La canzone che arriva seconda si intitola “Tu mi piaci tanto”. È, come dice lui stesso, una fotografia, di uno stato d’animo. Un ritratto dell’Italia, di ieri e di oggi, vista da un ragazzo. Anche lui con leggerezza parla di Emilia che si allaga, di mafia, di Cannavaro e del mondiale del 2006, di Tenco, delle piazze. Tra le altre cose il testo dice ‹‹Ho fatto una canzonetta Spero che non vi spaventi Che possiamo ripartire Tutti a mano, a mano››. Una canzone d’amore, di un amore più grande.

Anche nel testo di questa canzone c’è una frase entrata nel linguaggio comune, “l’Italia è il paese che amo” di berlusconiana memoria. La frase viene svuotata e riempita di aria nuova, di contenuto. Vero, vivo. Della forma ci importa poco a meno che non sia gentile, delicata, reale.

Questi ragazzi riescono a vivere e a dire cose potenti con la sensibilità e la leggerezza di una farfalla.

E io distinguo la differenza tra inscenare e rappresentare. Di mezzo c’è un mare di autenticità. Alla faccia dei giovani che fan tutt’uno coi divani.

Il loro modo di contrapporsi sembra questo. Vengo a Sanremo oppure, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi, dico le mie cose, con morbidezza. Porto autenticamente quello che sono: una voce, un’esperienza, una vita, abbraccio il vincitore e torno a fare e a dire le mie cose. Se ti va di ascoltarle …

Quando leggevo e guardavo Ghali pensavo a quel Canzonissima del 62 quando la RAI affidò la conduzione a Franca Rame e Dario Fo, RAI che in un primo momento chiese loro di cambiare il linguaggio, i temi della televisione per accorgersi subito dopo che lasciarlo fare davvero sarebbe stato necessariamente un discorso politico. Ma cara RAI come si poteva chiamare Franca Rame e Dario Fo e chieder loro di non essere Franca Rame e Dario Fo? Quindi censura, o fate così o ve ne andate. Se ne andarono.

Non conosciamo i retroscena di Ghali e Milano-Cortina, magari verranno svelati in una ipotetica futura intervista del 2086.

Ghali però partecipa. Perché?

Sayf è secondo dietro a Sal da Vinci, “Per sempre sì” è il titolo della sua canzone scritta, pare, anche dal figlio. Il tema è la famiglia, etero, il matrimonio, cattolico, l’anello esposto durante l’esibizione e poi regine, re e un “legati per la vita”. Un altro Sanremo.

Alla nomina del vincitore uno sorride e l’altro piange in ginocchio.

Sayf c’è, come dicevo sorride, balla, suona la tromba, abbraccia la mamma, la porta sul palco. Una festa. C’è condivisione non esplosione. È difficile spiegare le sfumature di queste contrapposizioni, ma ci sono e sono evidenti.

Cosa ho visto in tv. Non ho visto chad, mi sono chillato a mille e ho scoperto la lore. Termini da Gen Z, la stessa di questi ragazzi,

È stata un’epifania. Quello che ho visto davvero non è stato così evidente. È un concetto, lore appunto, arriva da lontano, dal Medioevo. Quando diciamo folklore,ecco quel lore arriva da lì. Ma la lingua è viva, si sa, come i ragazzi, e i significati cambiano.

Oggi l’uso del termine si lega al mondo dei videogiochi e del fantasy: Il signore degli anelli in primis e poi ancora Dune e Blade Runner 2049. Comunità di fan che cercano significati nascosti o meno evidenti.

È il termine che si usa per indicare quali informazioni di sottofondo ci sono, da dove arrivano, gli elementi intricati di una storia. Le dinamiche peculiari di un gruppo, di una relazione, un qualcosa che definisce un interno e un esterno.

Allora mi son detto, non sarà mica che questi ragazzi entrano in una storia, trita e ritrita come Sanremo o in una noiosa cerimonia dove a fatica si lega Milano con Cortina e ne fanno una lore? Leggono un’altra storia o una storia nuova, dove dicono: lo so da dove arrivo, lo so cos’è l’Italia, ma la lore è un’altra. Lo so cosa vorreste raccontare, ma ci sono dei dettagli che non tornano e ne scrivo una lore.

Questi ragazzi cambiano il mondo dolcemente, dall’interno, consapevoli di storia, di storie, di tradizioni, ci conoscono meglio di quanto conosciamo noi stessi.

Hanno capito che la ribellione, la contrapposizione quella necessaria per affermarsi e per crescere non deve necessariamente passare dalla lotta, dalla disobbedienza, dalla divisione. Nella nostra genetica invece ci sono gli anni 60 e 70 e ancora avanti. Il nostro codice è vecchio, legato a vecchie forme, a vecchi modi.

Entrano nelle frasi, nelle tradizioni, nel costume e, silenziosamente, ne fanno un mondo nuovo. Condiviso, accogliente, inclusivo per davvero.

Per quanto mi riguarda un altro pregiudizio abbattuto. Mentre finora pensavo che non avrei voluto avere vent’anni oggi, adesso penso che forse non mi dispiacerebbe.

E ancora, esagerando forse, ma la fantasia si sa è spesso proiettata al futuro, la vera lore qual è? Quella che visto in trasmissione oppure quella che ho intuito?

Una cosa è certa, questi ragazzi hanno molto da dire e io non voglio invecchiare al grido di: ai miei tempi…

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